De Rerum Invasiva

venerdì, giugno 01, 2007; 

Staffili in cuoio, economici

Deberíamos ver a las personas cuando estas creen que no las miramos. Yo miro demasiado violentamente, miro de una manera que hace daño, que provoca en los demás torpeza, tensión, miro sin poder evitar el juicio constante. Pero quién soy yo para mirar de esa manera?

Dovremmo guardare le persone quando credono di non essere osservate. Io guardo sempre troppo violentemente, guardo in una maniera che fa male, che provoca negli altri goffaggine, tensione, guardo senza riuscire a evitare il giudizio. Ma chi sono io per guardare gli altri in questo modo?

Elvira Lindo, Una palabra tuya. Seix Barral 2006



   
domenica, maggio 27, 2007; 

Interruzione interrotta

Iniziamo dicendo che stare senza computer si può. Se mai dovesse venirvi il dubbio, fidatevi: è possibile.

Ciò premesso.

Con le socie si è parlato spesso della scrittura dell'immediato, più o meno d'accordo sul fatto che il blog è, al momento, il mezzo che meglio riduce lo scarto tra ciò che accade e la sua riproposizione in scrittura. Ho sempre creduto che fosse così, e lo credo tuttora. Ma penso anche che ci siano delle volte in cui lo scarto è incolmabile. Ad esempio, è successo che la mia, di vita, ha iniziato ad andare troppo in fretta. Come quella volta che mi si era allagata la cucina dell'ufficio e, dopo i primi risibili tentativi di tamponare la falla, una volta capito che non sarei riuscita a bloccare l'acqua che ormai mi arrivava alle caviglie, ho chiamato i soccorsi e mi sono seduta a cavalcioni sul tavolo, ad aspettare. Semplicemente ad aspettare.
Ci sono cose di cui ti fai una ragione in fretta (e altre che no, ma non sto parlando di queste). Il tuo cervello sintetizza: problema - soluzione? - nessuna soluzione - punto. Dopodiché diventa pure piacevole.

Ecco.

Non è stato male stare lontano dal blog. Non è stato nemmeno un bene. E' stato e punto.
Mi viene naturale chiedermi che cosa mi sia persa; allo stesso modo temere di essere rientrata alla festa quando ormai sono tutti ubriachi, tu l'unica sobria e l'unica che non si diverte un cazzo. Ma è pur vero che dentro quello spazio di tempo che è stata l'interruzione, dentro questo scarto tra il vivere e lo scriverne (e il leggerne) c'è comunque vita. Un sacco di grasso che cola.



   
mercoledì, maggio 23, 2007; 

Blogghiamo, è da tanto tempo che non lo facciamo

Ho di nuovo un computer. Un computer da usarsi non solo per mere ricerche aziendali, scambi epistolari in lingue poco materne, business plan, contrattualistica asettica e cosette del genere, intendo. Se mi è mancato non saprei, il periodo è denso, ma azzardo un sì.

Tanto di cui scrivere, tantissimo di cui leggere, la situazione - mettetevi nei panni di questa neo blogger di ritorno dal polpastrello tremulo - è a rischio sconforto. Non è che potreste farmi un riassunto?



   
lunedì, aprile 16, 2007; 

Locandina Le vite degli altri

Io, a queste levette che si azionano improvvise nella coscienza e ti fan cambiare la direzione di tutta una vita, credo poco. A volte però risulta bello e inoffensivo crederci. E' questa il compromesso utile che ti richiede un libro, se è un buon libro, o un film, se è un film come Le Vite degli Altri.
Il film porta in scena una serie di attori poderosi (come Ulrich Muhe, che assomiglia incredibilmente a Kevin Spacey e che è parimenti talentuoso e vibrante) e la storia di un funzionario della Stasi che, nella vecchia DDR, viene messo alle calcagna di uno scrittore e della sua compagna, per recuperare uno straccio di prova comoda a un dirigente infatuato della donna. Finisce che il funzionario si ritrova un libro di Brecht tra le mani e una musica per pianoforte in cuffia e il ricordo di una fragilità grande dietro gli occhi e che tutto cambia. Dentro di lui. Fuori resta uguale.

Le Vite degli Altri è un film grigio e delicato e rabbioso. Un film che va visto, perché straordinariamente ricco nella sua semplicità di mezzi e fini, e perché non ci si può credere che il regista sia alla sua prima direzione: 34 anni, non così giovane da sopravvalutarsi e uscire di misura, non tanto vecchio da aver smesso di volare alto. Il risultato è un premio Oscar per il miglior film straniero e uno squarcio molesto su quella Germania che in pochi - pare - ricordano. Io, per dire, quando è caduto il muro di Berlino avevo 19 anni. Avevo colto l'importanza del crollo, non dell'erezione; nulla sapevo dell'aria che si respirava al di là di quella fila di mattoni che ai miei occhi, unicamente, dividevano il vecchio dal nuovo. Forse poco mi interessava, forse non abbastanza m'era stato raccontato. Fatto sta che la sensazione forte che mi ha lasciato questo film è un senso di rimpianto. Il rimpianto di aver compreso tardi, solo ora che qualunque notizia o emozione non può che essere di seconda mano.



   
lunedì, marzo 26, 2007; 

L'economia del NO

C'è un problema. Io, ho un problema. Non credo più alle parole. Che detta così sembra l'affermazione di un'eroina greca e spettinata che si protende da un balcone in fiamme, me ne rendo conto. E allora mettiamoci una postilla: non credo più alle parole scritte. A quelle che mi arrivano da una voce, a quelle che hanno sempre una cartina di tornasole, per quanto spiegazzata, che hanno timbro e sguardo, a quelle credo.

Il post per intero è leggibile (per chi ci crede) qui.

* * *

Hay un problema. Yo tengo un problema. Ya no creo en las palabras. Dicho así parece una afirmación propia de una heroína griega con los cabellos despeinados que se asoma desde un balcón en llamas, me doy cuenta de ello. Así que metamos una apostilla: ya no creo en la palabra escrita. Las palabras que me llegan de viva voz, las que vienen envueltas siempre en un papel tornasolado, por mucho que esté arrugado, las que tienen su propio sello y mirada, en esas sí que creo.

Update 1.
L'economia del NO è stato tradotto, in entrambe le accezioni, su Libro de Notas (uno dei miei siti feticcio e poderoso blog di approfondimento in lingua spagnola). Grazie mille ad Alberto, bello lui.

* * *

[...] Il discorso di Fainberg sulla mendacità diffusa delle parole, infatti, è proprio all’epica che rimanda. E al bisogno diffuso di epica che sta caratterizzando i discorsi della nostra società occidentale. I balbettamenti di epica, i sogni di epica. Le parole formulari e orali dell’epica. Perchè è l’epica che racconta “una” e una sola “verità”, che non parla con lingua biforcuta. Che non ti confonde. E’ l’epica che divide il mondo in amici e nemici, in greco-romani e barbari, in veri valori e falsi valori. In Gandalf e Saruman. Ora, Il signore degli anelli è molto di più di quanto dirò ma, in questo contesto, a me colpisce pensare che i due maghi sono due “tecnici” ma che sono loro il “vero” potere politico, non certo i vari re.
[...] Questa è l’epica, signori, e il suo discorso affascinante e mendace. Che si stia dalla parte dell’Impero o da quella dei barbari. Che si stia fuori o dentro la blogosfera. E la blogosfera è un luogo dove non mancano gli eroi “epici” , più simil-odissei che simil-achilli, direi, a occhio e croce, d’altronde è Odisseo l’eroe della modernità. Anzi, gli iniziatori di questa genia, di questa stirpe eroica, in questo caso “barbari”, l’hanno dichiarato da sempre, il loro amore per il discorso epico. Dentro i libri che hanno scritto e fuori di essi, nella blogosfera.

Update 2.
Caracaterina ha ripreso L'ecomomia del NO e l'ha ampliato, qui. Ne consiglio appassionatamente la lettura.



   
mercoledì, marzo 14, 2007; 

Capisco Montale

Me la ricordo La casa dei doganieri di Montale. M'è tornata in mente oggi, quando ho ripensato alle banderuole che una volta svettavano sui tetti, solitamente erano di ferro arrugginito, così consumato da apparire nero, o almeno così le immagino. In verità non ne ho mai vista una con i miei occhi - eppure tanto avrei voluto -, sempre e solo in fotografia, o nei racconti di chi le erge a simbolo, o nei libri e nelle poesie, come quella di Montale.
Da dove mi derivi la curiosità accumulata al riguardo (ditemi dove posso trovarne una, di quelle che sventolano sui tetti delle case, intendo) non mi è facile dirlo. Azzardo: dal fatto che nel mio immaginario la banderuola è un gallo. E' così gallo che ero convinta anche la banderuola di Montale ne avesse la forma. E invece no. La banderuola di Montale è una banderuola e punto. La mia è un gallo.

La bussola va impazzita all'avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s'addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.



   
lunedì, marzo 12, 2007; 

Mi son feedata

Mi ci son voluti quattro anni, ma alla fine ho inserito i feed a questo blog e la cosa mi ha dato una certa soddisfazione. 
(Lo so che a qualunque persona dotata di ragione quest'operazione pare ben lontana dal mirabolante, ma non scordiamoci che si sta parlando di me)
Ovviamente, da sola non ci sarei mai riuscita. Sono stata supportata moralmente e tecnicamente da due baldi giovini, senza il cui aiuto starei ancora qua a domandarmi se per inserire un feed sia meglio usare l'attak o la vinavil. Grazie, baldi giovini.
Ora però bando alle ciance e ditemi: ma che sono 'sti feed?



   
lunedì, marzo 05, 2007; 

Beata gioventù

Lo scorso weekend ho finto d'avere ancora dieci anni e me ne sono andata a Mantova, al Comics and Games. E' stato inaspettatamente divertente. Ho capito che dovrei dimenticare un po' più spesso di essere me, per esserlo davvero. O almeno questo è ciò che pensa Spiderman. Ad ogni modo, sono rimasta incantata a osservare degli omaccioni grandi grossi e pelosi alle prese con la creazione di bambolotti da colorare, pennello alla mano e linguetta di fuori; e altrettanti omaccioni grandi grossi e pelosi osservarli con sguardo voluttuoso manco avessero di fronte la velina bionda. Son cose che fanno pensare.
Ho comprato poi un librone fantastico con cui dar sfogo al mio feticismo plastico - notate la torbida rima -, nel quale sono riportati tutti i migliori giocattoli di design in circolazione e con cui conto di fare schiattare d'invidia la bimba del primo piano.
E un compagno per Mademoiselle Pluq.
Si chiama Ox.
Mademoiselle Pluq dice che non ce lo vuole al fianco, che è brutto e che le fa paura. Ox dice lo stesso di lei. Loro non lo sanno, ma già si amano.



   
domenica, febbraio 25, 2007; 

Saturno Contro - la locandina del film

Il film è raccolto e non quaglia; l'ho trovato, nel complesso, poco verosimile, molto stilizzato, troppi stereotipi che non convincono. Per dirla come Marzia Gandolfi: Per Ozpetek non è più tempo di sguardi consolatori alle finestre ma di una discesa nel reale. Bisogna che il suo cinema "privato" prenda aria.
Sarà che da Ozpetek pretendo troppo, ma c'è solo un evento degno di nota in tutta la pellicola, tutto il resto è impilabile, poco più che una continua variazione sul tema.
Nell'unica scena che mi è rimasta dentro è Ambra Angiolini a farla da padrone e questo è faticoso da accettare: quella in cui gli amici di Lorenzo percorrono il lungo corridoio che li porta alla camera mortuaria e Ambra si ferma dietro l'ultima curva perché non vuole guardare, e quando lo farà vedrà quello che il cuore la porta a credere. Qua, confesso, mi sono commossa.
Mi ha colpito la dedica iniziale a Hrant Dink. Ho apprezzato il politically uncorrect di Ozpetek nei confronti del fumo: le sigarette sono, assieme al tema dei Pacs esplicitato con molta chiarezza e a quello della separazione, scandagliato a pelo d'acqua, uno dei leitmotiv del film.
Gli interni sono molto belli, la fotografia calda, ma: Margherita Buy recita la parte che porta in scena da un decennio, quella di Margherita Buy; Stefano Accorsi è il solito tormentato Accorsi seduto nell'auto al buio mentre fuori piove; Serra Yilmaz, mi spiace, sarà densa ma il suo italiano è fastidiosamente recitato. Pierfrancesco Favino è bravo come sempre, forse ancor di più, anche se non m'è arrivato al cuore; Ambra Angiolini e Luca Argentero sono diretti al meglio e pertanto efficaci; la Vukotic, lei sì, magistrale. Soprattutto in questa scena:
Ambra, tormentandosi le labbra - Io mi drogo
Vukotic, sferruzzando in sala d'aspetto - Io faccio l'uncinetto
Ambra - Mi sono fatta di tutto, tranne l'eroina
Vukotic - Io soltanto centrini.


   
lunedì, febbraio 19, 2007; 

Pensieri sparsi di una ciclotimica

Autistica, dipingo bocche che inghiottono lingue, chiudo gli occhi aperti di fronte a ciò di cui posso fare a meno, serro mascella e memoria, me ne frego di tutto e a quel tutto sorrido.
Poco desiderio di ascoltare, incapace di muovere un muscolo che non sia per sopravvivere o furia, che non sia ineludibile gesto. Credo di non essere mai stata tanto serena come oggi che penso meno, amo di più, odio di stomaco, ferisco davvero.
Mi godo ogni sigaretta come fosse l'ultima, è l'unico piacere che riesco a centellinare, tutto il resto è abuso. Ovviamente (ov-via-men-te), quello del fumo è un vizio di cui farei volentieri a meno. C'è che però l'obiettivo lontano tiene in allenamento la vista.
Non devi aver paura di quel che leggi, sono solo parole. Non devi mai crederci fino in fondo, sono soltanto parole. 
Il blog come lama con cui incidere vetri. Lo uso essenzialmente per non indulgere in atti vandalici. E finire, magari, per prenderci gusto.
Tutto il resto o quasi mi annoia mortalmente, come nella meno pericolosa delle relazioni - quella con te stesso -: puoi camuffarti da moltitudine, sempre uno rimani.


   
lunedì, febbraio 12, 2007; 

Zona rimozione

Credo di aver sentito nominare la parola foibe per la prima volta all'università. Nella mia famiglia si è sempre parlato poco di questo argomento. Anzi, non se ne parlava affatto. A scuola nemmeno. Da bambina credevo non se ne sapesse semplicemente abbastanza - una di quelle spiegazioni convincenti che ti dai quando sei piccolo e che, con un po' di fortuna, riesci a portarti avanti per tutta la vita -.
Ti accorgi del silenzio solo quando si riaccende una voce. La mia è stata quella di Fulvio Tomizza, che fumava e aveva una voce bassa e istriana come di gesso bagnato sull'argilla. Era di Materada, ci passo spesso quando sono in fuga; la prima volta ci sono finita davanti per sbaglio, non potevo credere ai miei occhi: è piccola, Materada, la mia auto la taglia tutta in meno di due minuti, ma la cosa più incredibile è che esiste.
Come Basovizza e la sua foiba. Che ti fermi in un bar del paese per chiedere qual è la strada più corta da prendere e ti dicono che no, che non c'è niente da vedere, che l'han coperta la foiba, che non c'è niente da vedere. E mentre ascolti la signora che "io non so queste cose, non sono di qua - e di dov'è, scusi? - sono slovena" ti va di traverso il caffè, ti stai inelegantemente soffocando, la signora ti guarda fisso senza muovere un muscolo e allora tu pensi: è tornato il silenzio e io gli sto tossendo in faccia.
Con questa strana sensazione ancora addosso ho trovato il monumento che cercavo: sorge in mezzo a una distesa carsica di una bellezza ruvida che ti toglie il fiato, in mezzo a un altro tipo di silenzio e poco più in là il mare. Sopra una foiba, una delle tante disseminate sul Carso, chiusa com'è logico, ma ben altro che niente da vedere.



   
sabato, febbraio 10, 2007; 

Madeleine

Ieri pomeriggio a 28 Minuti - il programma radiofonico della Palombelli - l'intervistata era Anna Maria Mori, scrittrice, giornalista, nata nel 1946 a Pola. Una di quei 350.000 Italiani d'Istria costretti, alla fine della guerra, a scegliere se restare da stranieri nella propria città natale o se raggiungere quella madre patria che da allora si fece matrigna svogliata e distratta. 
Ho ascoltato la Mori raccontare della sua madeleine proustiana che sa di crauti con salsiccia, e me la sono immaginata, istriana trapiantata a Firenze, commuoversi nell'assaggiare un piatto di cavoli acidi. La sua commozione s'è fatta un po' anche la mia, ché quel sapore lì lo conosco bene, sa di casa anche per me. Allora ho pensato alla mia madeleine, rivangando nella memoria e scoprendone ben due, a parimerito o pari demerito, non so.
Latte condensato. Quello in tubo, da spalmarsi direttamente sulla lingua.
E latte di mandorla, che da bambina mi dissero si preparasse agitando pezzi di guscio d'uovo in una bottiglia piena d'acqua e io giù a suonare le maracas per ore, con un sorriso carico di ebete aspettativa sul viso. Per poi scoprire che stavo solo risciacquando l'interno delle bottiglie che sarebbero servite per la passata di pomodoro. Che, infatti, mi fa schifo.



   
mercoledì, febbraio 07, 2007; 

10x30.000=300.000

Il 21 gennaio scorso la signora Cinzia Mascagni ha aperto un blog su Tiscali. L'ha chiamato Insieme Per Azzurra. Azzurra è la sua bimba, e lei chiede un aiuto economico per poterle salvare la vita. Molto chiaramente. Sul blog ci sono nome e cognome di Cinzia, numero di telefono e di cellulare, indirizzo, fotocopia del certificato di invalidità della bambina. Tutto alla luce del sole.
300 mila euro è il costo di un anno di terapia dell'ossigeno a Fort Lauderdale, l'unica terapia utile per la malattia di Azzurra. I genitori di Azzurra 300 mila euro non li hanno. Questo è quanto.



   
martedì, febbraio 06, 2007; 

Pensieri sparsi di una ciclotimica

Come un contabile che s'accorge di un ammanco, lavoro sul recupero del desiderio. Sono una dentiera rotta che vorrebbe mordere.
Ci sono giorni che ritorna a farsi un pensiero bello, nessun dolore, solo ricordi buoni. Così si merita. Il mio Chico della gioia.
Vorrei che il 2007 mi togliesse definitivamente due vizi: il fumo e quello di sentire.
Regredita alla fase di lallazione, ogni parola esce a fatica, raschiata fuori da una gola che prima andrebbe sbrinata. Grattare parole e farne purè caldo, sì, ma come? E intanto mi cullo nel pensiero che, tanto, non è necessario farsi capire. Capire, nemmeno.
Due gioielli soli in cassaforte: il tempo e l'inutile. E una combinazione che non ricordo.



   
mercoledì, gennaio 31, 2007; 

Empatia riproducibile in vitro

Posso dire che non ci credo? Ebbene, non ci credo. A me il botta e risposta tra la signora Berlusconi e il marito puzza di operazione marketing lontano un miglio. Di un'operazione marketing, va detto, tanto primitiva quanto efficace, fondata basicamente sul nulla ma che nondimeno funziona. Comunicazione empatica: costi minimi, massima resa. La lettera indispettita di Veronica, la replica strappalacrime di Silvio: oggi in Italia, e non solo, non si parla d'altro.

Eppure, a ben vedere, la missiva che la signora Berlusconi ha inviato a Ezio Mauro (che ha deciso di renderla pubblica "perché è una notizia") non rivela nulla di realmente scottante. Non è che Veronica abbia confessato a Mauro - che ne so - che il marito l'ha tradita con un buttafuori del Cocoricò, o che suole pestarla a sangue, o che è avvezzo a pulirsi il naso con i polsini, o che è un evasore fiscale, no. Nessuna confessione choc, nessun dato di rilevanza concreta, nessun segreto di portata storica rivelato alla nazione. E allora di cosa si lamenta Veronica con il direttore di Repubblica e dunque con tutti noi? A Veronica non è andato giù il comportamento del marito alla serata di  premiazione dei Telegatti. Ennesima riprova di quanto a Silvio piaccia indulgere nella nobile secolare e tutta italica arte del cascamortismo.
Ora.
A parte il fatto che io non andrei mai a lamentarmi del mio fidanzato su Voce Isontina, ma sarò fatta male io, non mi spiego come mai a nessuno sia venuto in mente di chiedere a Veronica: ma a noi, di grazia, che cosa ce ne deve fregare?

Il punto è che a noi non dovrebbe interessare, ma di fatto interessa. Interessa perché titilla il nostro voyeurismo, perché ci fa simpatia, perché fa ridere, perché è un ottimo argomento di conversazione. Così come lo è stato il lifting, così com'è avvenuto con la bandana di qualche estate fa,  e la calza sulla telecamera, e il fondotinta che cola e il rinfoltimento tricologico e le corna le gaffe i tacchi il kapò Marrakesch i coglioni e insomma, Berlusconi Silvio.
Che ne sa una più del diavolo, in un paese in cui tutti siamo coperchi e nessuno vuol far la pentola.



   
domenica, gennaio 28, 2007; 

In principio fu la Barbie

Io da bambina con le bambole ci giocavo poco. Non ce n'era una che mi piacesse. Ricordo, in particolar modo, la mia ultima Barbie: bionda, perfetta, con la gambe chilometriche che non avrei avuto mai. E il fastidio che provavo a doverle pettinare quei capelli stopposi. Perché cosa vuoi farci con dei capelli se non pettinarli? Finii per rasarle la testa, come ogni bambina sana di mente credo facesse.
Ce n'era un'altra, di bambola, ora non c'è più; anche lei bionda, alta quasi quanto me. Mi dissero che avrei dovuto farmene carico, giocarci fu quasi un impegno morale, così funzionò. Inoltre portava i pantaloni e questo dettaglio me la rendeva sopportabile. Ma io avrei voluto un cicciobello nero, che non mi regalarono mai.

Lei, invece, l'ho scelta io. Appena m'ha cacciato dentro quelle sue orbite sbilenche ho capito che dovevo farla mia: è stato un colpo di fulmine.
Ora la tengo appesa a un muro color senape, ancora chiusa nel suo sacchetto salvafreschezza. Ritengo che il cellophane le doni straordinariamente e rappresenta un mio modesto omaggio a Rosenquist. E' una delle prime cose che vedo appena apro gli occhi la mattina e una delle ultime prima di addormentarmi. La prima bambola entrata come si deve nella mia vita. Ed è la più brutta. Trovo ci sia un insegnamento utile dietro questa storia, ma non ho voglia di starmelo a spiegare.



   
giovedì, gennaio 25, 2007; 

Pensieri sparsi di una ciclotimica

L'indifferenza immotivata è quella che mi spaventa. Sintomo di stanchezza sterile, senza giustificazioni, di un lasciarsi trasportare dalla corrente non per pigrizia, ma per fatalità.
Passo davanti a un sacchetto di nylon gonfio, incastrato sui rami bassi dell'albero. Ne sono terrorizzata. Me ne rendo conto solo oggi, a un mese di distanza.
Mi immalinconisce dare un nome alla mia professione. So che avrei potuto diventare qualsiasi cosa, le possibilità sarebbero state infinite. Soprattutto, so che sarei stata tagliata per una vita spensierata. Ma anche a me - come a Else - è sempre andata troppo bene.



   
sabato, gennaio 20, 2007; 

Basita

Cercare informazioni su un'associazione culturale su cui devi scrivere un articoletto, aprire la pagina di un artista che conosci bene, trovarvi un dipinto che il suddetto artista un paio d'anni fa t'aveva regalato e scoprire che ha dato il tuo nome al quadro? Non ha prezzo.
(Ma un discreto imbarazzo, quello sì)



   

Una giornata buia

Quella di ieri, iniziata con l'uccisione del giornalista turco Hrant Dink. Freddato con tre colpi alla nuca, per strada e in pieno giorno, appena uscito dalla sede del suo giornale.
Turco di origine armena, Dink era sotto processo per aver nominato il genocidio armeno durante un'intervista. L'ennesima vittima caduta sotto la scure del famigerato articolo 301: oltraggio all'identità turca.
"Certamente dico che questo fu un genocidio, quello che è accaduto suggerisce di chiamarlo così". Queste le parole che ebbe l'ardore di pronunciare. Queste le parole che sono valse a Dink un'accusa, un processo e la morte.
Tanto perché sia definitivamente chiaro, del genocidio armeno - 1 milione e mezzo, solo nel 1915, di uomini donne anziani bambini armeni massacrati dal governo turco - a tutt'oggi in Turchia non si può parlare, nemmeno nominare la parola genocidio, finisci in galera e punto. Alle soglie dell'entrata della Turchia in Europa l'articolo 301 resta tuttora in vigore. E a me pare non sia mai stato tanto vigoroso.

Hrant Dink's murder is tragic proof that the Turkish government - through its campaign of denial, threats and intimidation against the recognition of the Armenian Genocide - continues to fuel the same hatred and intolerance that initially led to this crime against humanity more than 90 years ago.
(Aran Amparian, direttore dell'Armenian National Committee of America)



   
martedì, gennaio 16, 2007; 

Un felice ritorno

Avevo appena scoperto il suo blog che lui decise di chiuderlo. Una mazzata tremenda. Mi sentii come Kate Winslet che si vede scivolare dalle mani Di Caprio, o viceversa.
Félix de Azúa ora è tornato, a grande richiesta (prima fattiva dimostrazione di quanto anche su blog lo share possa fungere da gasometro), in grandissima forma e osando l'inosabile: un paragone melodico tra Zapatero e il Wotan wagneriano.

C'è qualcosa di arcaico, di atavico, di eroico, nel modo di parlare del presidente del Governo. Parla a singulti, la voce perforata da silenzi tesi, intonata perpetuamente sulle sdrucciole, e suole darsi il ritmo con la mano destra: su e giù, su e giù. A volte lo fa con la mano sinistra, a volte con entrambe, dipende dalla dinamica del discorso.
Come quella di Wagner anche la musica di Zapatero difetta di sviluppo logico e, sebbene sembri votata a un flusso inarrestabile, resta sostanzialmente immobile. L'unità melodica non segue i dettami classici, ma si fonda sulla tecnica del Leitmotiv: la lì-bertà, la dèmo-crazia, la sòli-darietà. A volte il motivo si sdoppia (il prò-cesso dipace), ed ecco che entrambi le mani si muovono. Come durante gli interminabili monologhi di Wotan. Il pubblico, sconcertato, ascolta sforzandosi di seguire un filo logico, una certa consequenzialità, una parvenza di intenzione, ma non c'è azione, non accade nulla, tutto è fermo.

In spagnolo e per intero: qui.



   


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