martedì, novembre 24, 2009;
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Crudo e mangiato
In sette anni di blog non mi ero mai lasciata sedurre dalla tentazione di postare una ricetta. Da quando poi esiste la rubrica Cotto e Mangiato della garrula Parodi, qualsiasi enumerazione di ingredienti è per me viatico alla bulimia. Tuttavia ce n'è una, di ricetta, di cui ritengo mio preciso dovere morale mettervi a parte. Si chiama Polpo all'Invasiva. (Embè?)
In questo momento il risultato giace nel mio stomaco, alla prima occasione ne posterò una foto.
Dunque.
Ingredienti:
- carpaccio di polpo (ometto le quantità, sono irrilevanti)
- pomodori datterini
- rucola
- cipolle borettane
- pinoli
- sale, pepe bianco, olio d'oliva
Preparazione: adagiare armonicamente il carpaccio sul piatto di portata, ricoprirlo di rucola e pomodorini tagliati a piccoli pezzi, aspergervi la cipolla borettana (una o più a seconda dei gusti) a rondelle preventivamente fatta abbrustolire senza accanimento assieme ai pinoli, aggiungere sale pepe e olio, mescolare con dovizia e mangiare. Il vino bianco è adatto ma non imprescindibile. Per esempio, se avete dell'Amarone in casa, che aspettate a farlo fuori, che faccia aceto?
posted by Fainberg | 23:27 | commenti (3)
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Porcellino d'India
Vorrei comprare una cavia, un porcellino d'India quindi, e non per farci cose strane ma perché veramente l'apprezzo come animale e lo trovo molto tenero, anche molto peloso, e poi dicono che è indipendente, nel senso che lo puoi lasciar marcire nella gabbia da solo pure per due-tre giorni senza cacarlo proprio, che per chi fa una vita sbattuta è un gran pregio, aver una bestiola scevra da turbe emotive.
Tuttavia, non saprei dove andarlo a pigliare, né come valutarlo, poiché non vorrei finire con in mano una sòla, un porcellino d'India piagnucoloso e/o mammone o insicuro, di cui dover avere cura, perché io da una cavia di laboratorio voglio sicurezza, e non un peso in più alla mia vita, che vi assicuro è già abbastanza drammatica per i fatti suoi. Ma mentre qualsiasi coglione potrebbe consigliarmi di guardare i denti o il pelo per sgamare malattie, il carattere del porco come l'addivino? E se si rivela scostumato o petulante, posso tornarlo indietro? E con che faccia restituisco al negoziante un animale bianco e giallo, peloso, proverbiale per il suo aspetto cartoonesco, dicendo che non ne tollero i magoni? Non passerei per folle e cinico bastardo, o almeno per un uomo pratico, che potentemente e risolutamente mi rifiuto di essere?
Questi sono dubbi seri che uno se ne fa un problema se non una malattia.
Questo è l'ultimo libro Untitl.Ed, è il numero 11 e si intitola Animanti. Lo so che non è questo il punto ma a me ha fatto tanto ridere.
Per inciso, la descrizione qui piacerebbe a Capossela.
posted by Fainberg | 22:58 | commenti (4)
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lunedì, novembre 16, 2009;
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E, inoltre, le poltrone di Patricia Urquiola
L'ultimo film di Almodovar pare non essere piaciuto quasi a nessuno. In effetti, no, non è il suo capolavoro. Non è nemmeno un capolavoro. Però è così decisamente almodovariano che, io dico, non può deludere.
Per prima cosa c'è dentro un po' di tutto quello che si è già visto: gli interni di Donne sull'orlo di una crisi di nervi, il pretesto della finta sceneggiatura di La mala educación, gli ospedali di Parla con lei, il morto per incidente automobilistico di Tutto su mia madre, la donna che si dà per gratitudine di Carne Tremula, le riprese nascoste di Kika, la terrazza di Legami. E poi i colori, il ritorno di Rossy de Palma, i dialoghi rapidi e il recitato sopra le righe, l'accumulo di sottotracce, tutto è Almodovar al di fuori di ogni possibile equivoco.
Che la storia sia debole è indubbio, ma che c'entra? Che conterà mai la trama, in un film? Quello che conta è che tu vedi Almodovar e ogni volta esci dal cinema che hai 15 anni e un film ha appena deciso per te.
posted by Fainberg | 00:21 | commenti (2)
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mercoledì, novembre 11, 2009;
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Innocenti evasioni

La mostra sul Giappone che si tiene a Milano in questo periodo è molto interessante. Resterà a Palazzo Reale fino al 31 gennaio, andatevela a vedere. Per la prima volta sono esposte un centinaio di opere appartenenti al genere Shunga, più una nutrita serie di kimoni e abiti da camera, a testimoniare l’arte e l’eros nel Giappone del periodo Edo.
Gli shunga sono dipinti che raffigurano scene di amplessi, anche se letteralmente significano “immagini della primavera”, che è decisamente una traduzione più affascinante.
Il periodo Edo è l'età dell'oro per il Giappone, va dall'inizio del '600 alla seconda metà dell'Ottocento. E' il periodo di massimo splendore della borghesia giapponese che, in contrapposizione con la serietà e "pesantezza" della società samurai, si caratterizzava per la sua leggerezza e passione per l'arte e l'erotismo, vale a dire tutto quanto di meglio si potesse comprare con i soldi che i mercanti vistosamente andavano accumulando.
Per chi, come me, è rimasto incantato dai costumi di Memorie di una Geisha la mostra di Palazzo Reale è il paese del Bengodi. Sono esposti una ventina di kimoni e ben esemplificate le differenze tra le geisha (artiste), le oiran (cortigiane) e le yujo (prostitute), tratteggiato con chiarezza un mondo di cui si sono andate perdute quasi completamente le tracce. Un mondo raffinato, dove pulsioni e natura convivono beatamente. Dove bello e buono equivalgono, dove l’armonia tra effimero ed eterno è ben visibile tra le pieghe di un vestito da camera.
I vestiti rivestono un ruolo importante nelle stesse stampe erotiche: quasi mai gli amanti sono nudi, qualora lo siano giacciono comunque sopra kimoni riccamente decorati. Qualche volta il kimono riporta simboli e scene che si rifanno alla stessa scena in cui compaiono, in un curioso effetto di mise en abyme.
Gli shunga venivano noleggiati presso mercanti di libri ambulanti o regalati alle ragazze in età di matrimonio per cominciare a farsi un’idea, per quanto illusoria (gli organi genitali negli shunga sono un tantinello sproporzionati) di quella che sarebbe stata la loro vita futura; oppure venivano donati ai militari che se li portavano dietro in battaglia, come auspicio di buona fortuna. Gli intenti parodici, ad ogni modo, erano piuttosto evidenti, a dimostrazione di quella leggerezza di cui parlavo prima. L’unica cosa che non era permessa, negli shunga, era dipingere volti reali. Si poteva dipingere le peggio (o meglio, dipende dai punti vista) scene, metterci dentro animali piante fiori frutti, ma su questo unico punto la censura si rivelava feroce.
La pacchia durò fino a metà dell’Ottocento, dopodiché tornò un periodo di relativo oscurantismo. Nello stesso periodo dal Giappone le stampe shunga arrivarono in Occidente, influenzando pittori come Toulouse-Lautrec, Klimt e Schiele. Le vestigia di questa forma d’arte sopravvive tuttora nei fumetti manga, ma scontano il mutato ruolo della donna nella società giapponese.
Alla licenziosità dei costumi e all'allegria che caratterizzava un certo modo di concepire sesso ed erotismo in Giappone - così come in India e nel mondo greco - si contrappongono non solo il rigore del Cristianesimo e dell'Islam, ma anche l'edonismo e la visione consumistica del sesso dell'epoca moderna. Che, non a caso, si scherma di quella stessa vergogna che gli fa da miccia. Della serie, ce la cantiamo e ce la suoniamo. Salvo poi bastonare chi si spinge – o è spinto - fuori da quel cono d’ombra dentro cui tutto si può fare, ma questo è un altro discorso.
posted by Fainberg | 18:12 | commenti (5)
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venerdì, novembre 06, 2009;
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mercoledì, novembre 04, 2009;
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Pensieri sparsi di una ciclotimica
Pellicine, cuticole (esiste termine più orribile?), ogni donna sa cosa siano, gli uomini un po’ meno. Io solitamente non ci penso, eccetto. Eccetto quando si sfilacciano (esiste associazione d’immagine peggiore?). E’ un dolore strano, quello che si prova quando la pelle che circonda l’unghia si sfilaccia. Fa male ma fa, anche, un po’ bene. Di quei dolori che ti fanno sentire viva e calda. Come un certo dolore nel sesso che te lo vai a cercare. Ci sono dolori e dolori. E le mezze stagioni?
Ho un frullatore dentro. Una specie di minipimer che trita spezzetta sminuzza e mescola tutto quello che faccio entrare in forma di pensiero e lo sbatte fuori sotto forma di di urlo elastico. Che perciò rientra. E così via all’infinito. Come direbbe Lisa Simpson: fico.
Un giorno dovrò logicizzare (se questa parola non esisteva prima, ebbene, è un vero peccato) quel fenomeno che sta alla base di quell’altro fenomeno che fa sì che una persona creda che il mondo sia tenuto a divertirlo. Credo si chiami noia, o qualcosa del genere.
Ho tolto Madamoiselle Pluq dal cellophan. Ora si sporcherà, ma finalmente le cose la toccheranno.
posted by Fainberg | 00:19 | commenti (5)
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lunedì, novembre 02, 2009;
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E alla fine ce l'ho fatta. L'ho visto. Ho assistito. Beata.
Il Cirque du Soleil rappresentava per me quello che per altri potrebbe rappresentare il cammino di Santiago, in chiave mistica, o la Kelly per le fashion addicted. Qualcosa di simile l'ho provato a otto anni davanti alla casa della Barbie, ma amplificato da anni di attesa e da un immaginario che ci aveva galoppato tutto intorno. Ebbene, ora sì che posso dirlo: vedere dal vivo uno spettacolo del Cirque du Soleil è una esperienza che supera ogni immaginazione. Anche per questo motivo è difficile riuscire a raccontarlo.
Inizierò dicendo che ho superato il mio atavico terrore dei pagliacci. Non è cosa da poco per me, ho perfino riso.

Averne fotografato uno è stata una conquista. Chiunque abbia visto uno spettacolo del CdS sa cosa intendo. In teatro è severamente vietato fare delle foto. C'è un addetto per fila che controlla, durante tutto l'arco dello spettacolo, che nessuno scatti fotografie. Sono molto rigidi su questo punto, attorno al CdS c'è un merchandising spaventoso. E' comprensibile. Ma la tentazione di aggirare il divieto lo è altrettanto.
Il pagliaccio qua sopra è uno dei protagonisti di O, l'ultimo spettacolo del CdS, si tiene al Bellagio, l'hotel di Las Vegas famoso per i giochi d'acqua. Non è casuale, O sta per Eau, e infatti il palcoscenico del Bellagio è un'enorme piscina che appare e scompare. Non sai mai se chi si sta tuffando rimbalzerà, si schianterà o sparirà sott'acqua, sopra e sotto un palco che si apre e si chiude completamente o in parte per tutto l'arco dello spettacolo, per far uscire o rientrare gli acrobati. Che nuotano, si tuffano, si librano in aria, forti e bellissimi. E tu te ne stai lì a bocca aperta, lo stupore dentro che vuole uscire dagli occhi ché non ci puoi proprio credere a volte, ed è di molto simile al sogno.

Il comune denominatore degli spettacoli del Cds è, per l'appunto, che gli artisti sono tutti belli, disegnati da un dio magnanimo, perfetti, scultorei.

Ragion per cui, era inevitabile, a Las Vegas - e soltanto a Las Vegas - si son pensati Zumanity: il volto erotico del Cirque du Soleil.
Il teatro stavolta è quello del New York New York, pensato come un enorme boudoir. Nel caso di Zumanity scattare delle foto diventa impossibile. Le distanze tra pubblico e artisti sono ridotte al minimo, anche perché le performance sono più "confidenziali", meno estreme, ma solo in termini di spazio. Per il resto: astenersi anime candide.

Questo è quanto sono riuscita a portarmi a casa in termini di immagini. Per i più curiosi c'è un video, sul sito del CdS, abbastanza esplicativo. Bondage, lotte e danze omosex, burlesque, spogliarelli, autoerotismo, voyeurismo e scene fetish, pin up e lolite, travestitismo e scene sadomaso, tutte le declinazioni del sesso vengono scandagliate e rivisitate in chiave circense. Niente di pornografico ad ogni modo, qualche seno nudo e molti glutei lasciati scoperti. La più sensuale è lei:

La foto non è mia, è presa direttamente dal sito del Cirque du Soleil. Che iddio me la mandi buona.
posted by Fainberg | 00:21 | commenti
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martedì, ottobre 06, 2009;
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Poi un giorno vi parlerò di Fulla
Appena tornata da Londra. Mai visto così tante donne velate in giro. Non mi riferisco tanto al velo parziale (il hijab), quanto al più accessoriato velo integrale. Mi riferisco soprattutto al burqa.
I primi avvistamenti ho creduto fossero casuali, dopo pochissimo ho dovuto prendere atto che queste mummie svolazzanti si sono realmente moltiplicate in tutta Londra. Sono tante, sono davvero tante.
Mi è rimasta addosso la sensazione che qualcosa si stia muovendo veloce, molto più veloce di quanto il mio pensiero possa elaborare.
Conforto e, allo stesso tempo, sconforto me lo dà quest'articolo di Repubblica.
posted by Fainberg | 01:21 | commenti
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giovedì, luglio 02, 2009;
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Pensieri sparsi di una ciclotimica
Ho sempre ragionato molto attorno a concetti inutili. Ad esempio, da bambina c'erano due fenomeni che mi facevano impazzire: la trasformazione dell'acqua calda in fredda e viceversa (ho questo ricordo di me piccina che fisso meditabonda il bidet), e l'assente uniformità del gusto in fatto di musica vestiti cibo persone bambole. Per una delle due fenomenologie impazzisco ancora.
Renitente all'autobiografico, mi sono tenuta a lungo distante da tutto ciò che fosse me, ma anche te, noi, voi e tutti gli altri. Mi sono data al qui e ora, ed esclusivamente in scala ridotta. Mai pensato per questo di meritarmi un applauso.
Anch'io, come il Newman di Miller e l'Eva Frame di Roth, non sono la mia faccia. Sono più le mie spalle o i miei piedi, ma forse non è il caso di farlo sapere in giro.
E poi?, chiese il bambino al mago. E poi niente.
Era faticoso, era come correre sul ghiaccio senza nemmeno la scusa di avere fretta. Era di quelli che chiedono continuamente al mondo di sorprenderli.
posted by Fainberg | 01:00 | commenti (8)
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sabato, giugno 20, 2009;
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Saggio sulla lucidità
"Questo è il primo ministro italiano, questo è ciò che il popolo italiano ha per due volte scelto perché gli serva da modello, questo il cammino verso la rovina in cui vengono trascinati i valori di libertà e dignità che permearono la musica di Verdi e le azioni politiche di Garibaldi, quelli che hanno fatto l’Italia del XIX secolo, durante la lotta per l’unificazione, una guida spirituale per l’Europa. È questo che la cosa Berlusconi vuole lanciare nell’immondezzaio della Storia. Gli Italiani finiranno col permetterglielo?"
(José Saramago su El Pais del 6 giugno)
Io ormai mi sento come uno spettatore dell’ultima fila. Raccolgo i commenti dei vicini di poltrona per convincermi della mia opinione. Per il resto guardo e ascolto quel poco che mi arriva, e questo è quanto.
posted by Fainberg | 12:10 | commenti (2)
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venerdì, giugno 19, 2009;
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Perle di saggezza belghe
Se stai morendo, scappa. Se stai soffrendo, datti una mossa. Non esiste altra legge che il movimento.
(A. Nothomb, Né di Eva né di Adamo)
posted by Fainberg | 00:06 | commenti (7)
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venerdì, giugno 13, 2008;
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Suonino le trombette
Ogni tanto ho sbirciato in rete per capire cosa mi stessi perdendo. Di interessante poco, di importante niente, direi. Eccezion fatta per un fenomeno curioso che riguarda espressamente i nickname, canditati a prossima specie protetta. Prima uno se lo toglieva di dosso quando credeva di essere arrivato, ora se lo toglie ancor prima di partire.
Quello che di interessante c'era si è palesato per altre vie, ed è quello che mi ha spinto a tornare. Mi riferisco ad alcuni libri, scritti da amici conosciuti qui. Il primo di cui voglio parlare si intitola Tornerai Ogni Mattina. Il libro è di Samuele Galassi, edizioni Cento Autori.
Samuele ha un blog, un blog tra i più intelligenti e originali in rete, a mio avviso, ma non credo gli garbi si sappia e dunque non starò a citarlo.
TOM è il suo primo romanzo.
Mi è piaciuto perché innanzitutto l'ho visto crescere. E si sa come vanno queste cose, succede come con i figli degli amici: non sono tuoi, ma l'orgoglio è quasi lo stesso.
Ma oltre a essere di Samuele – fatto, questo, che già di per sé lo rende interessante - TOM è un gran bel testo. Un testo tosto. Che indugia in scelte lessicali talora audaci, un'opera originale, fresca, soprattutto nel ritmo.
Purtroppo mi riesce difficile farne una recensione in piena regola, non riesco a mettere la giusta distanza tra me e il libro. Tuttora sono indecisa se definirlo un romanzo dal tono spensierato o un romanzo inquietante. Capirete che più di un tanto è meglio che non mi spinga. Mi limiterò dunque ai dati oggettivi.
Il libro parla di un tale, Agostino Roi, che cerca di uccidere la moglie, Margherita, ogni volta in maniera diversa e diversamente inutile. Perché lei non muore. Gli ritorna sempre accanto. Odiosa, o forse peggio: noiosa. O forse peggio ancora, ma questo si capirà soltanto alla fine.
Stamattina facendo colazione guardavo Margherita fumare affacciata alla finestra e poi ha fatto quella cosa che odio, ha spento la cicca nella tazzina del caffè. Avrei voluto avere una balestra per trafiggerla alla schiena con una freccia. Ma non avevo nessuna balestra e allora le ho detto che l'amavo.
Io, per non correre rischi simili, ho smesso di fumare. La povera Margherita no. La povera Margherita procede giorno dopo giorno a titillare inconsapevolmente la parte oscura del marito:
La faccia nella quale tu ti riconosci guardandoti allo specchio, la faccia che secondo te ti identifica, non è la tua vera faccia, quella che vedono gli altri, quella che vedo io quando ti guardo in faccia. E' soltanto la tua faccia ribaltata.
E lo dice così, Margherita. Con leggerezza. Io mi sarei data le pacche sulla schiena da sola per settimane.
Le osservazioni di Agostino, novello Vitangelo Moscarda, sono allo stesso modo spiazzanti, ma così venate di insofferenza da rendercelo gradatamente irritante. Ad esempio, quando parla del suo migliore amico, Manuel. Alla faccia della migliore amicizia. O delle donne che gli stanno attorno e che ugualmente lo annoiano. Come la giovane Ilaria, levigata e inutile come un sasso. E mette una pazza voglia di lisciarla, col dito. Magari poi di scaraventarla lontano, chissà.
A un certo punto, in un crescendo di loop, l’implacabile, geometrica risolutezza di Agostino inizia a mostrare dei cedimenti. E qui io mi fermo. Ma voi, se potete, leggetelo. Credo che ne varrà la pena, corro il rischio veniate a chiedere indietro i soldi a me per averlo consigliato.
Grazie a Samuele, che ha avuto fiducia e da cui mi aspetto ancora tanto.
posted by Fainberg | 17:45 | commenti (18)
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venerdì, giugno 01, 2007;
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Staffili in cuoio, economici
Deberíamos ver a las personas cuando estas creen que no las miramos. Yo miro demasiado violentamente, miro de una manera que hace daño, que provoca en los demás torpeza, tensión, miro sin poder evitar el juicio constante. Pero quién soy yo para mirar de esa manera?
Dovremmo guardare le persone quando credono di non essere osservate. Io guardo sempre troppo violentemente, guardo in una maniera che fa male, che provoca negli altri goffaggine, tensione, guardo senza riuscire a evitare il giudizio. Ma chi sono io per guardare gli altri in questo modo?
Elvira Lindo, Una palabra tuya. Seix Barral 2006
posted by Fainberg | 23:44 | commenti (26)
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domenica, maggio 27, 2007;
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Interruzione interrotta
Iniziamo dicendo che stare senza computer si può. Se mai dovesse venirvi il dubbio, fidatevi: è possibile.
Ciò premesso.
Con le socie si è parlato spesso della scrittura dell'immediato, più o meno d'accordo sul fatto che il blog è, al momento, il mezzo che meglio riduce lo scarto tra ciò che accade e la sua riproposizione in scrittura. Ho sempre creduto che fosse così, e lo credo tuttora. Ma penso anche che ci siano delle volte in cui lo scarto è incolmabile. Ad esempio, è successo che la mia, di vita, ha iniziato ad andare troppo in fretta. Come quella volta che mi si era allagata la cucina dell'ufficio e, dopo i primi risibili tentativi di tamponare la falla, una volta capito che non sarei riuscita a bloccare l'acqua che ormai mi arrivava alle caviglie, ho chiamato i soccorsi e mi sono seduta a cavalcioni sul tavolo, ad aspettare. Semplicemente ad aspettare.
Ci sono cose di cui ti fai una ragione in fretta (e altre che no, ma non sto parlando di queste). Il tuo cervello sintetizza: problema - soluzione? - nessuna soluzione - punto. Dopodiché diventa pure piacevole.
Ecco.
Non è stato male stare lontano dal blog. Non è stato nemmeno un bene. E' stato e punto.
Mi viene naturale chiedermi che cosa mi sia persa; allo stesso modo temere di essere rientrata alla festa quando ormai sono tutti ubriachi, tu l'unica sobria e l'unica che non si diverte un cazzo. Ma è pur vero che dentro quello spazio di tempo che è stata l'interruzione, dentro questo scarto tra il vivere e lo scriverne (e il leggerne) c'è comunque vita. Un sacco di grasso che cola.
posted by Fainberg | 22:46 | commenti (11)
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mercoledì, maggio 23, 2007;
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Blogghiamo, è da tanto tempo che non lo facciamo
Ho di nuovo un computer. Un computer da usarsi non solo per mere ricerche aziendali, scambi epistolari in lingue poco materne, business plan, contrattualistica asettica e cosette del genere, intendo. Se mi è mancato non saprei, il periodo è denso, ma azzardo un sì.
Tanto di cui scrivere, tantissimo di cui leggere, la situazione - mettetevi nei panni di questa neo blogger di ritorno dal polpastrello tremulo - è a rischio sconforto. Non è che potreste farmi un riassunto?
posted by Fainberg | 22:01 | commenti (13)
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lunedì, aprile 16, 2007;
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Io, a queste levette che si azionano improvvise nella coscienza e ti fan cambiare la direzione di tutta una vita, credo poco. A volte però risulta bello e inoffensivo crederci. E' questa il compromesso utile che ti richiede un libro, se è un buon libro, o un film, se è un film come Le Vite degli Altri.
Il film porta in scena una serie di attori poderosi (come Ulrich Muhe, che assomiglia incredibilmente a Kevin Spacey e che è parimenti talentuoso e vibrante) e la storia di un funzionario della Stasi che, nella vecchia DDR, viene messo alle calcagna di uno scrittore e della sua compagna, per recuperare uno straccio di prova comoda a un dirigente infatuato della donna. Finisce che il funzionario si ritrova un libro di Brecht tra le mani e una musica per pianoforte in cuffia e il ricordo di una fragilità grande dietro gli occhi e che tutto cambia. Dentro di lui. Fuori resta uguale.
Le Vite degli Altri è un film grigio e delicato e rabbioso. Un film che va visto, perché straordinariamente ricco nella sua semplicità di mezzi e fini, e perché non ci si può credere che il regista sia alla sua prima direzione: 34 anni, non così giovane da sopravvalutarsi e uscire di misura, non tanto vecchio da aver smesso di volare alto. Il risultato è un premio Oscar per il miglior film straniero e uno squarcio molesto su quella Germania che in pochi - pare - ricordano. Io, per dire, quando è caduto il muro di Berlino avevo 19 anni. Avevo colto l'importanza del crollo, non dell'erezione; nulla sapevo dell'aria che si respirava al di là di quella fila di mattoni che ai miei occhi, unicamente, dividevano il vecchio dal nuovo. Forse poco mi interessava, forse non abbastanza m'era stato raccontato. Fatto sta che la sensazione forte che mi ha lasciato questo film è un senso di rimpianto. Il rimpianto di aver compreso tardi, solo ora che qualunque notizia o emozione non può che essere di seconda mano.
posted by Fainberg | 22:12 | commenti (25)
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lunedì, marzo 26, 2007;
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L'economia del NO
C'è un problema. Io, ho un problema. Non credo più alle parole. Che detta così sembra l'affermazione di un'eroina greca e spettinata che si protende da un balcone in fiamme, me ne rendo conto. E allora mettiamoci una postilla: non credo più alle parole scritte. A quelle che mi arrivano da una voce, a quelle che hanno sempre una cartina di tornasole, per quanto spiegazzata, che hanno timbro e sguardo, a quelle credo.
Il post per intero è leggibile (per chi ci crede) qui.
* * *
Hay un problema. Yo tengo un problema. Ya no creo en las palabras. Dicho así parece una afirmación propia de una heroína griega con los cabellos despeinados que se asoma desde un balcón en llamas, me doy cuenta de ello. Así que metamos una apostilla: ya no creo en la palabra escrita. Las palabras que me llegan de viva voz, las que vienen envueltas siempre en un papel tornasolado, por mucho que esté arrugado, las que tienen su propio sello y mirada, en esas sí que creo.
Update 1.
L'economia del NO è stato tradotto, in entrambe le accezioni, su Libro de Notas (uno dei miei siti feticcio e poderoso blog di approfondimento in lingua spagnola). Grazie mille ad Alberto, bello lui.
* * *
[...] Il discorso di Fainberg sulla mendacità diffusa delle parole, infatti, è proprio all’epica che rimanda. E al bisogno diffuso di epica che sta caratterizzando i discorsi della nostra società occidentale. I balbettamenti di epica, i sogni di epica. Le parole formulari e orali dell’epica. Perchè è l’epica che racconta “una” e una sola “verità”, che non parla con lingua biforcuta. Che non ti confonde. E’ l’epica che divide il mondo in amici e nemici, in greco-romani e barbari, in veri valori e falsi valori. In Gandalf e Saruman. Ora, Il signore degli anelli è molto di più di quanto dirò ma, in questo contesto, a me colpisce pensare che i due maghi sono due “tecnici” ma che sono loro il “vero” potere politico, non certo i vari re.
[...] Questa è l’epica, signori, e il suo discorso affascinante e mendace. Che si stia dalla parte dell’Impero o da quella dei barbari. Che si stia fuori o dentro la blogosfera. E la blogosfera è un luogo dove non mancano gli eroi “epici” , più simil-odissei che simil-achilli, direi, a occhio e croce, d’altronde è Odisseo l’eroe della modernità. Anzi, gli iniziatori di questa genia, di questa stirpe eroica, in questo caso “barbari”, l’hanno dichiarato da sempre, il loro amore per il discorso epico. Dentro i libri che hanno scritto e fuori di essi, nella blogosfera.
Update 2.
Caracaterina ha ripreso L'ecomomia del NO e l'ha ampliato, qui. Ne consiglio appassionatamente la lettura.
posted by Fainberg | 23:39 | commenti (22)
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mercoledì, marzo 14, 2007;
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Capisco Montale
Me la ricordo La casa dei doganieri di Montale. M'è tornata in mente oggi, quando ho ripensato alle banderuole che una volta svettavano sui tetti, solitamente erano di ferro arrugginito, così consumato da apparire nero, o almeno così le immagino. In verità non ne ho mai vista una con i miei occhi - eppure tanto avrei voluto -, sempre e solo in fotografia, o nei racconti di chi le erge a simbolo, o nei libri e nelle poesie, come quella di Montale.
Da dove mi derivi la curiosità accumulata al riguardo (ditemi dove posso trovarne una, di quelle che sventolano sui tetti delle case, intendo) non mi è facile dirlo. Azzardo: dal fatto che nel mio immaginario la banderuola è un gallo. E' così gallo che ero convinta anche la banderuola di Montale ne avesse la forma. E invece no. La banderuola di Montale è una banderuola e punto. La mia è un gallo.
La bussola va impazzita all'avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s'addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
posted by Fainberg | 23:36 | commenti (9)
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lunedì, marzo 12, 2007;
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Mi son feedata
Mi ci son voluti quattro anni, ma alla fine ho inserito i feed a questo blog e la cosa mi ha dato una certa soddisfazione.
(Lo so che a qualunque persona dotata di ragione quest'operazione pare ben lontana dal mirabolante, ma non scordiamoci che si sta parlando di me)
Ovviamente, da sola non ci sarei mai riuscita. Sono stata supportata moralmente e tecnicamente da due baldi giovini, senza il cui aiuto starei ancora qua a domandarmi se per inserire un feed sia meglio usare l'attak o la vinavil. Grazie, baldi giovini.
Ora però bando alle ciance e ditemi: ma che sono 'sti feed?
posted by Fainberg | 22:57 | commenti (17)
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lunedì, marzo 05, 2007;
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Beata gioventù
Lo scorso weekend ho finto d'avere ancora dieci anni e me ne sono andata a Mantova, al Comics and Games. E' stato inaspettatamente divertente. Ho capito che dovrei dimenticare un po' più spesso di essere me, per esserlo davvero. O almeno questo è ciò che pensa Spiderman. Ad ogni modo, sono rimasta incantata a osservare degli omaccioni grandi grossi e pelosi alle prese con la creazione di bambolotti da colorare, pennello alla mano e linguetta di fuori; e altrettanti omaccioni grandi grossi e pelosi osservarli con sguardo voluttuoso manco avessero di fronte la velina bionda. Son cose che fanno pensare.
Ho comprato poi un librone fantastico con cui dar sfogo al mio feticismo plastico - notate la torbida rima -, nel quale sono riportati tutti i migliori giocattoli di design in circolazione e con cui conto di fare schiattare d'invidia la bimba del primo piano.
E un compagno per Mademoiselle Pluq.
Si chiama Ox.
Mademoiselle Pluq dice che non ce lo vuole al fianco, che è brutto e che le fa paura. Ox dice lo stesso di lei. Loro non lo sanno, ma già si amano.
posted by Fainberg | 22:13 | commenti (19)
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